martedì 1 settembre 2015

La porta dell'occidente



"Bravi, bravi. ma lo sapete che se vi prende la polizia vi fa la multa? fino a cinquecento euro. è un reato, trasportare quelli".  Dal suo motorino il greco ci osserva. parcheggiato davanti alla sua attività, guarda scorrere il fiume di gente che si mette in fila alle informazioni al porto, appena arriva a Mitilene. Ci guarda con disprezzo, mentre facciamo scendere e salutiamo i due ragazzi afgani che abbiamo fatto salire venti chilometri prima, mentre camminavano sotto il sole cocente. Una goccia nel mare. Parlano si e no tre parole di inglese, arrivano a malapena ai vent'anni. Uno sorride e ringrazia mentre gli passo una bottiglietta d'acqua, un pacco di biscotti al cioccolato, un rifacimento greco dei cookies. Li rivolta fra le mani guardandoli come una cosa che si vede per la prima volta. Magari è così, sono i primi cookies che vede in vita sua. Magari invece sono i suoi biscotti preferiti, oppure gli hanno sempre fatto schifo. Lui sorride e ringrazia, ha gli occhi scurissimi curiosi e pieni di vita. L'altro no. Ha gli occhi blu verde fango, e non sorride, ringrazia, ma è sfinito e incerto. Non capisce una parola.
Anche loro saranno sbarcati a Skala Sikamineas o a Molyvos, con un gommone carico di gente partito dalla Turchia appena buio, con un giubbotto salvagente e uno zaino minuscolo sulle spalle. Come gli altri - centinaia ogni sera, un approdo dietro l'altro, gesti sempre uguali: sgonfiare il gommone in fretta, togliere i giubbotti salvagente e ammucchiarli sulla riva, entrare nel minuscolo porto in processione silenziosa, guardinga, cercando di non dare nell'occhio. In quella piccola piazza di cento abitanti e qualche turista comprano da bere e da mangiare al supermercatino locale, che riapre per l'occasione. Tirano il fiato mezz'ora, poi iniziano la salita verso il punto di raccolta, dove forse il giorno dopo arriverà un autobus. Si sdraiano in un piccolo spiazzo laterale, dopo la curva a gomito che va verso Mitilene, si affastellano uno accanto all'altro lungo la strada che va verso Petra. Nel buio totale, nell'indifferenza generale. Molti ragazzi, intere famiglie, tanti bambini, qualche vecchio che fa più impressione di tutti. 
Ma l'autobus non sempre arriva, a volte è troppo carico, tocca partire a piedi, percorrere i sessanta chilometri che li separano dalla città. I luoghi d'ombra sono pochissimi, e per un tratto di strada che pare infinito non troveranno nessun posto dove comprare acqua o cibo. Se va bene i pochi turisti rallentano, dalla macchina gli allungano bottiglie d'acqua, a Skala Sikamineas qualche giovane tedesca si avvicina con biscotti e altro in una busta, a Molyvos una bionda in motorino porta derrate alimentari o vestiti su e giù dal punto di raccolta, un grosso spiazzo ai piedi della città, dal quale si gode una magnifica vista del castello. Forse una volontaria, chissà se greca: la prima e unica che vediamo. Silenziosamente, con circospezione. Qualche chilometro prima di Mitilene c'è un'area commerciale, con un paio di grossi supermercati a poca distanza fra loro. Qui ci dev'essere una specie di campo, non abbiamo capito se spontaneo o organizzato; all'ingresso c'è un furgoncino ambulante che frigge non so cosa, come i venditori di brigidini o di ciambelle nelle sagre di paese. La gente sta per strada, a capannelli, spesso in movimento, intorno a questo stradello che porta a una distesa di tende. I taxi di Mitilene fanno su e giù, col pagare, s'intende. C'è sempre qualcuno che si fa portare in città appena si riprende, per andare alla polizia a fare i documenti di imbarco per una nuova destinazione. Il venditore di tende, qualche posto sul genere di Decathlon, con questi siriani sta facendo affari d'oro: le montano dovunque, anche sul marciapiede. Tutti i giardini pubblici e le aree verdi di Mitilene, al centro della città, sono pieni di tende. Finora abbiamo visto cinque macchine della polizia. Due erano parcheggiate davanti al Comando, una era sulla curva a gomito sopra lo spiazzo rifugio a tre o quattro chilometri da Skala Sikemineas, una sera che erano arrivate due o trecento persone; un altro paio giravano in città. Qualche volta abbiamo visto due pick up stracolmi di gente in piedi, nel cassone. Volontari, contadini che arrotondano le entrate? Chissà. 
Tutti i giorni, a tutte le ore, anche nel buio totale, colonne di uomini e donne e bambini camminano al bordo della strada, su entrambi i lati, li abbiamo visti dormire sotto un unico albero uno sull'altro di giorno, o ai bordi dell'asfalto di notte, a rischio della vita. File di magliette ad asciugare a ogni rete di fil di ferro lungo la strada, vicino alle tende, accanto ai punti di raccolta dove aspettano il bus. A Moria c'è un campo dove mandano gli afgani, ho letto da qualche parte in rete. Ci siamo passati davanti ieri: visto da fuori sembra un carcere di massima sicurezza, con i fari e il filo spinato arricciolato doppio, in alto. La gente fa avanti e indietro, va verso il paese a comprare da mangiare, si accampa in tenda nell'uliveto accanto. Il paese è impressionante. Gli afgani in giro per Moria sono il triplo dei suoi abitanti. tutti si muovono, vanno in tutte le direzioni.
Il primo giorno abbiamo fatto salire tre persone, una donna e due uomini. Giovani, la donna serissima, forse la madre di uno dei due. Palestinesi, venivano dalla Siria, a ogni curva si appisolavano sfiniti dalla stanchezza. Diretti in Olanda, ci hanno detto. Abbiamo comprato acqua, mele, biscotti. Il giorno dopo abbiamo portato una famiglia siriana con due bambini piccoli, solo fino a Mantamados, quindici chilometri dopo. Abbiamo caricato tutti i bagagli del loro gruppo, si sono dati appuntamento. Lo stesso giorno, abbiamo preso a bordo i ragazzi afgani, fino a Mitilene.
Mentre cercavamo Carini, tre case che pensavamo fossero un paese, ci hanno chiesto un altro passaggio. Era un tedesco, andava ad Agiassos. Noi andiamo a Carini, gli abbiamo detto, ma poi lo abbiamo portato dove doveva andare, anche se ci eravamo appena stati. Come fai a lasciare a piedi uno che non ne può più di camminare sotto il sole? Anche se ci ha schiacciato i dolcetti tipici con lo zaino che nel mentre ci pisciava un'intera bottiglia d'acqua sul sedile e puzzava come un caprone, non potevamo lasciarlo lì, nel nulla.
Oggi siamo andati a sud della città, pensando che da lì non sbarcasse nessuno, in cerca di una spiaggia indicata dall'albergatrice. Abbiamo trovato centinaia di metri di vegetazione in cenere e una lunga colonna di persone sbarcate lì, a quella spiaggia in mezzo alla cenere.  Proprio oggi avevamo già finito le scorte d'acqua. Nessun luogo dove fermarsi, o fontana pubblica, o bar alla vista, ancora per chilometri e chilometri, a piedi, in salita. I nostri ultimi ospiti erano due uomini, una giovane donna sfinita, il suo bambino di pochi mesi. Per strada, chi ci vedeva passare faceva segno con il pollice verso la bocca, gli occhi in fiamme. La sete.

Mitilene, città santa dell'esodo, la porta dell'occidente. 

sabato 6 dicembre 2014

cambiamenti


Fotografo della mia casa
memoria per tratti, che porti
a richiamo dell'amo del tempo
collocato a caso e a ritroso.
Di qui, vorrei ricordare
che ho pianto assai meno che altrove.
Nonostante il rumore di clacson che sale
e la tua viandanza all'amore
ho avuto chiara la traccia, felice il partire
a cercarsi diversi.
Scrigno aperto, affacciato alla piazza
e ornato di colori e di fiori
è stata, qui, la mia strada del libero arbitrio.

Libertà è il bene prezioso cercato
con l'ostinazione di chi ne conosce il profumo
ogni volta che allenta la morsa.

Ogni volta a morsa allentata si sparge
un chiarore di altra presenza,
e le cellule sanno già tutto per averlo sempre saputo.
avere altri occhi,
terra buona per i miei semi
venuti alla luce, concimati con cura.

Libertà di levarsi gli scudi
e le mutande con grazia,
lasciare la luce accesa e la porta aperta,
di far entrare tutti, buoni o tossici,
guardarli con attenzione
e poi ascoltare le cellule, che l'hanno sempre saputo.

Gramsci

Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni.
Lo comprenderai meglio e forse finirai con l'accorgerti che ha un po', o molto, di ragione. Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi.
Ma i panni dei miei avversari erano così sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire.

Antonio Gramsci

Integrità di sogni

I sogni e la memoria sono fatti che non vanno perduti
sdrucciolando in questo lunapark alla rovescia.
sognare sembra un premio e invece è l'unica fatica
da percorrere sicuri.


Ti pare che non ci sia tempo per restare integri in qualcosa, invece la radice non si perde mai, casomai il tempo, casomai le occasioni, non sono certo i sogni che vanno perduti, a meno di lasciarli per un domani di fatiche e basta. Non ci credo che non ci siano strade diverse da questa fatica di perdere il proprio centro. Non ci credo che si possa solo faticare e faticare, senza lasciarsi spazio che non sia di sfogo sulla vita di merda che ti costruisci. Se ci credessi non avrebbero senso la lettura, la letteratura, l'arte. Non avrebbe senso darsi una dimensione in questo panorama, non avrebbe senso alzarsi la mattina e correre, e correre.  

che piova

quello
di cui manco, che se fossi
piena anziché muta
sarei quel che ero ancora e ancora.

Sarà.
Una novella del buon umore,
l'assenza.

quello di cui manco
per dispetto,
irriverente, indifferente.

Allora non resta
che fare una torta di briciole
di quello che non torna.

Non c'è torto o ragione,
ma il radiatore è bucato e viaggi
senza mettere acqua, aspetti che piova.

venerdì 21 novembre 2014

Verità e riconciliazione

Pensavo di vedere anche la riconciliazione oltre la verità nello spettacolo Ubu and the Truth Commission, invece il livello di pesantezza è stato tale da far perdere forza alla messa in scena, e alle molte cose belle che conteneva. Dall'orrore non c'è scampo se la riconciliazione non emerge, sono solo vagoni di sangue, ossa rotte, botte, esplosioni, omicidi e torture. L'idea della riconciliazione è una prova di grandissimo coraggio: tutta la comunità è ferita a morte, deve poter curare quelle ferite a costo di riaprirle, per pulirne l'infezione. E lo deve fare collettivamente, altrimenti la vita non riserva più altro che una catena di dolore personale dal quale nessuno potrà partire per una trasformazione, rimane solo la possibilità dell'oblio, che non scalfisce nemmeno un po' questo pozzo di orrore. Certo non è mica tarallucci e vino, ma ha molto più senso che aspettare che passi 'a nuttata, come in tanti hanno fatto qui dopo la caduta del regime fascista, a fare finta che non fosse successo nulla oppure si, è successo, però ovvia ormai è passato, andiamo oltre, senza ripensarsi collettivamente: e ne vediamo bene gli effetti, settant'anni dopo.
Il sedimento non muta la sua natura, l'humus è avvelenato, i morti sono invano, non hanno ri-conoscenza, s'ammucchiano senza identità come nelle dittature sudamericane, come in tutto il mondo. L'apartheid torna facilmente, si sposta più a nord, si allarga a macchia d'olio; si paga solo a volte, e chi paga a volte non si ripensa affatto, che è quasi come non aver pagato nulla.

Sul lavoro del tribunale per la verità e la riconciliazione:
http://www.presentepassato.it/Dossier/Diritti_98/14commissione_verita.htm


martedì 11 marzo 2014

TrediciMarzo

"[...] Segnatelo in cima alla vostra prima pagina:
Non odio la gente
Né ho mai abusato di alcuno
ma se divento affamato
La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo.
Prestate attenzione!
Prestate attenzione!
Alla mia collera
Ed alla mia fame!"
(Mahmoud Darwish)

Guardare la strada dalla via parallela è lo sguardo del poeta, mentre cuocio riso basmati per la tirocinante e ignoro le scadenze. Cosa avranno da scadere le scadenze? non prendono mai la parallela? 

La poesia ha il potere di non scadere, una strada che diventa anche un pezzo della mia, senza georeferenziazione. Libera dai luoghi, dagli anni, dalla pelle e dal genere. Una cosa libera in questa valle di vincoli. La poesia non è stare sull'albero a cantare, no. 

Tu non sai:
ci sono betulle che di notte
levano le loro radici,
e tu non crederesti mai
che di notte gli alberi
camminano o diventano sogni.
Pensa che in un albero c'è un
violino d'amore.
Pensa che un albero canta e ride.
Pensa che un albero sta
in un crepaccio e poi diventa vita.
Te l'ho già detto: i poeti non si redimono,
vanno lasciati volare tra gli alberi
come usignoli pronti a morire.
(Alda Merini)

Anche i poeti di notte camminano o diventano sogni. 
Buon compleanno, Darwish!

sabato 1 marzo 2014

E' ufficiale, Francesca Bertini è morta

E' ufficiale, Francesca Bertini è morta. Non si attacca più alle tende neppure se la provocano. Perciò dev'esser morta per forza.
Peraltro non l'aveva strozzata la balia, segno che le tende non hanno mai ceduto né in avanti, né indietro. E tutto questo fritto misto in realtà è solo la pastella, senza ripieno. Ma ci sarà poi, questo ripieno? O era la pastella a presentarsi per tutti e due?

Chi lo sa. La morta non se ne cura, è smemorata.

Perciò ora posso liberarmi della sua generazione, che mi ottura la casa con i suoi orpelli. Ognuno una storia che non dimentico nemmeno se li butto, perciò possono andarsene il carrellodeminonna/il mobilino deminonno/le collezioni farlocche delpapi. Quella teoria di tovaglie buone da tramandare ai posteri altri cinquant'anni. Pochi soprammobili atroci di mia nonna, ultime vestigia di quella saga del kitsch che era la sua casa. Andate liberi e leggeri, disincagliatemi la chiglia. Andate, voi e gli anni Quaranta dei quali mi libero, voglio stare nel presente e nel futuro,  non nel passato appresso a questa paccottiglia.

Poi c'è tutto quello che ho tenuto per ricordare momenti che ho dimenticato. Biglietti di treni per destinazioni memorabili, però di tutti i i viaggi che ricordo non ho tenuto alcun biglietto; foto di persone di cui non mi torna in mente neanche il nome. Una totale sconfitta della memoria, oblio-memoria 4 a 0.

Poi ci sono le carte. Quintali di carte, di tutti i generi, a volte perfino con le buste spillate dietro come all'ufficioprotocollo/archeologiaamministrativa, carte su carte, ma quanto si tengono queste cazzo di carte? dieci anni? Quando ti ricapitano in mano, scopri sempre una falla inquietante nella tua economia, dalla cartella di disequitalia abbandonata sotto una pila di altro, in ordine sparso, a qualche prova di tue spese dementi, delle quali però alla fine riesci sempre a trovare un senso, dall'inseguimento di sogni alla consolazione parziale di una perdita.  Perciò alla differenziata le bollette pagate nel 2005 piaceranno più che ai miei raccogli-burocrazia.

Poi ci sono i ninnoli, la bigiotteria, le scarpe, tutti gli altri accumuli favoriti, tutto quello che ho ammucchiato perché era un peccato buttarlo o perché la forma o il colore mi mettevano di buon umore.

Un passo alla volta diventerò essenziale, come un olio profumato, praticamente una cura. Ci sarà spazio nelle mie librerie che occupano già tutte le pareti della casa, passerà l'aria sotto il mio letto, che dice Carla che per le energie è tutto un altro andazzo. Proprio così.

Proverò a farcela prima dei 93 anni.



Nel buio e nel tempo




Un poeta ha guardato diverso
nel buio e nel tempo
scomposto la sequenza
dei suoi battiti di ciglia uguali
Sei poeta che ritorna
quando parte, e quando
parti lanci un filo all'orizzonte.

(a Giuseppe De Venuto)

lunedì 18 marzo 2013

Memoria per tratti


Fotografo della mia casa
memoria per tratti, che porti
a richiamo dell'amo del tempo
collocato a caso e a ritroso.
Di qui, vorrei ricordare
che ho pianto assai meno che altrove.
Nonostante il rumore di clacson che sale
e la tua viandanza all'amore
ho avuto chiara la traccia, felice il partire
a cercarsi diversi.
Scrigno aperto, affacciato alla piazza
e ornato di colori e di fiori
è stata, qui, la mia strada del libero arbitrio.

Libertà è il bene prezioso cercato
con l'ostinazione di chi ne conosce il profumo
ogni volta che allenta la morsa.

Ogni volta a morsa allentata si sparge
un chiarore di altra presenza,
e le cellule sanno già tutto per averlo sempre saputo.
avere altri occhi,
terra buona per i miei semi
venuti alla luce, concimati con cura.

Libertà di levarsi gli scudi
e le mutande con grazia,
lasciare la luce accesa e la porta aperta,
di far entrare tutti, buoni o tossici,
guardarli con attenzione
e poi ascoltare le cellule, che l'hanno sempre saputo.

giovedì 20 settembre 2012

Vidal


Fu ucciso a Dachau vent'anni prima
del vostro matrimonio Vidal

salta all'occhio la fatidica, che altro non ho
che segnali di voi a ritroso per date.

Appocoappoco ci siete poi andate
in questo buio di strade ritrovate
le mie sprucide vie di tutti i segni

Salta ma all'occhio la fatica
di non avere rimorsi né rimpianti
e grossa ma fatica di vivere, inaudita


Bum, bum, bum fa questo nel silenzio
il di lui silenzio immoto irricevibile il movimento
inaudita, irricevibile e tutti lo sapevano
tu basita sempre

Infatti sono oltre e sono altrove.
E Vidal è morto per il nostro futuro, eppure
siamo tutti ubriachi.

Intendersi


Il gelo dentro ha occhi che non vedono
senz'anima e senza scopo l'intreccio dell'ossessione
un placido passare di corpi alla deriva
e di sale alla bisogna,
senza evoluzione.

Non c'è tempo per guardarsi in faccia
dirsi cose vere da tutte le angolazioni
tranne l'inganno, tranne lo scopo
dire verità qualora si sappia fare male
misuro le misure la cautela la gola muta


misuro le ore a passaggio di stato
a passeggio di me
e sulla mia pelle

intendersi non suona suoni
non intona canti
animale si perde alla distanza
troppo sole, troppa luce, troppa aria
vento che non aiuta la sosta

giovedì 23 agosto 2012

intendevo altro, non l'accompagno di decorazione a ostinati sabotatori.  
m'annoiano i giochi di possessori e posseduti,
chi cerca schiavi in deliri di onnipotenza,
chi si fa una ragione d'esser servo, convinto che sia la sua libertà.
Il tempo morto nel quale la tua qualità d'essere umano la lasci ingabbiare nelle ragnatele d'altri di cui non ti importa un cazzo è morto per davvero, non ritorna, e l'hai speso senza senso. Ma lasciamolo andare, va', lo dicono tutti gli espertoni della new age che sanno come si fa, loro si che lo sanno. 
Del resto io conosco solo la fuga, perciò non faccio testo...

venerdì 20 luglio 2012

Benigni, l'Inferno e il lavoro


Stasera Benigni mi ha fatto pensare a un poeta fiorentino, dantista stimato, che Dante avrebbe messo proprio nell'undicesimo canto, visto che un anno fa si è ammazzato. 
Mi ci ha fatto pensare perché sempre quando sento Dante penso a Massimiliano, e perché ha speso energie per ricordarci che nel lavoro siamo sostanza, e non numero, e che un paese che prende a calci il lavoro affossa se stesso.
Massimiliano Chiamenti, poeta e studioso, per mangiare vendeva i suoi libri sacri.

gianfranco folena
{di Massimiliano Chiamenti}

oggi sono agli arresti domiciliari
per così dire
perché mi sono finto malato per rabbia
e così devo attendere il medico fiscale
come dice la legge
nel mio domicilio
e la mia rabbia è infatti questa
che lo stipendio è in ritardo di quasi tre mesi
la busta paga non arriva
e quindi non ci sono più soldi
né per mangiare
né per l’affitto
né per un’ora di svago serale
e poi questo lavoro a scuola non mi piace
mi sta uccidendo dentro
odio i colleghi la preside la campanella i custodi
i registri la burocrazia la mentalità i metodi
allora mi chiudo in casa
e faccio la casalingua
unico mio contatto col mondo là fuori
questo computer dove ora scrivo
comprato al discount
dove mettere annunci in rete
vestito da donnaccia
click e attendo
e
puntualmente
il telefono suona
il campanello suona
stavolta
è uno studente di lingue straniere
tunisino
educato e ben vestito
fidanzato e figlio di papà
mi dice sei carino
e da me vuole baci carezze e sottomissione
sono così contento
che vengo quasi subito
come mi capitava da ragazzino
e tutto questo non mi sembra vero
che bastino calze parrucca bionda e rossetto
a conquistare le attenzioni dei bei ragazzi
i bei ragazzi
che quando io sono in jeans e maglietta
mi evitano accuratamente
ma è proprio così
quando gli sembro la loro mamma introita
e in privato con le tende ben chiuse
cambiano radicalmente
diventano loro stessi
mi vengono a trovare e mi adorano
sì soprattutto gli africani
snobbati dagli italiani ignoranti e paurosi
già i nordafricani
e infatti il discorso cade subito su adel
ma questo suo connazionale
è più bello più giovane più fine di adel
ma non ha il fascino torbido di adel
e spero che chiodo schiacci chiodo
ma invece noto solo le differenze
e comunque tutto fila liscio
poi
arriva puntuale la richiesta di una mancetta
ed è giusto così il più giovane è lui
vorrebbe un vocabolario di italiano
e io aristocratico decaduto povero in canna
inferiore per censo ma superiore per rango
così credono gli altri che io mi creda
lo sorprendo e il mio cucciolo sgrana gli occhi
gli regalo infatti il più bello che ho
quello perfetto e completo
a cura di gianfranco folena
e così un’altra foglia si stacca
dall’albero della mia vita accademica
e il volume sulla cultura veneta del trecento
lo venderò domani per mangiare
però mi consolo pensando
che lo studente col mio vocabolario
tutti i giorni intento a studiare la mia lingua
ricorderà me tutta nuda e la mia lingua

mercoledì 30 maggio 2012

Rinunciare

Rinunciare 
dopo lunga ostinazione 
allo scanso di attesa, 
di pietra che non costruisce.
Era qui che s'arrivava, 
nessuna palafitta parallela 
a impalcatura dell'anima, 
contro i coccodrilli.
In scena la danza non si finge:
è fatica del corpo 
se la mente è perduta.

Ho fatto occasione del posare 
non a caso l'ascia, 
speranze che asciugano
nella trasparenza
incerta dei sogni,
sempre sognando a caso.

Non hai chiesto
sopravvissuto
al tuo cerchietto noto
sei ritorno senza occhi.

doppio binario
che nega la strada che percorri,
un passo dietro l'altro
sempre all'incanto 
della tua sirena.

Rinunciare è sano
lasciar andare è sano
un mondo di sanità
per scelte giuste

perché le tue, le tue sono sbagliate.
Sogni sognati mai tessuti
sulla trama del tempo
a punto croce.

Domande che si incagliano nei denti.

Ora vai, che è tardi 
e non c'è strada
è tutto un campo di buche 
dove cade il velo.

venerdì 7 ottobre 2011

colpi di tastiera



Ologrammi
trasmette gente sola
proietta di sé si crede rete
e non infinita miriade di specchio.

mi ritrovo a cercare
guardare con senso d'affezione
eppure ho cancellato
insostenibile l'andazzo
ore e ore di sputacchio
in faccia a tutti un po' di briciole
e tutti giù per terra
a parte
qualche umano difficile.

altro serva a una rete
che salvi la caduta
e t'inseguo, attraverso il deserto.
restiamo umani cerchiamo mani
calore nel tempo
alla fine si sbotta si chiede
si lascia la partita

secoli fa un tempo di gioco
quel poco giocare non divertente
intrattenersi con altri
che provano noia la lanciano in viso
secoli fa, eppure ho giocato.

click click piccolo potere
di andare o di stare
umani che cercano voci umane
non specchi ologrammi proiezioni
sputacchi noie e cotillons
veloci come le saette
precoci eiaculatori di visioni
gragnuola di colpi di tastiera.

(cerco la penna sul fondo della borsa
cerco il quaderno subito dopo).

lunedì 11 luglio 2011

Tante belle parole


Tante belle parole
tutte lisce carezzevoli cullanti.
Forma e sostanza:
salata montagna di fatica,
questo ho trovato.
Salata e senza slancio,
a caso sparata al mondo
al normale tran tran
mercoledì
giovedì
quando sei in comodo
casomai non sopravvenga
altra priorità.

Ostinazione, come
il mio giardinaggio sul davanzale:
rinunciai pure al balcone.

sabato 14 maggio 2011

Settanta


Settanta. Sono gli anni che avresti oggi, se tu ci fossi. Ho indossato le tue perle, ma anche senza sei con me comunque; sono contenta di averti incontrato e scelto, nonostante tutto. Mi piace guardare il mondo dal tuo lato senza cedere un minuto a questo vuoto che l'Italia ci riserva, a questo brutto che avanza da decenni attorno, e non abbiamo impedito, a volte, nemmeno nelle nostre case: e tu ne sai qualcosa. E' il difetto di chi è libertario, è il difetto di fabbricazione che ci hai trasmesso e che ogni giorno onoro. Mi hai insegnato la libertà e il coraggio, e non è poca cosa: è ciò per cui mi alzo ogni mattina, è quello che insegno alle mie figlie. Alle volte ci siamo detti d'essere un po' fave, di averlo imparato da te, principe in quest'arte: ma, come dice la mia amica Annarosa, le fave sono quelli che mancano di rispetto, non quelli che sul rispetto basano la propria vita. Hasta siempre, Memmo!

domenica 14 novembre 2010

Lasciar andare


Mi sono abituata a trovare le connessioni per decidere che va cambiata la leggerezza, o la pesantezza, oppure tutte e due, e non si può credere nei sogni di quando si era piccoli perché è passata l’infanzia del sognare, il solco è tracciato, tutto si cambia ma non si può fare finta di non aver vissuto.
Non ci si può fare il problema dell’esser dimenticati o del dimenticare, bisognerebbe non dimenticare chi si è e cosa si vive assieme agli altri. Ricordarsi di sé al centro della questione spiana i dolori, come la fame; diventa primario non restare appesi alle illusioni. Tutto passa, tutto. Saremo noi a decidere cosa è stato importante e cosa è meglio lasciar andare.

martedì 2 novembre 2010

Dolersene


Per quanto si possa non dolersene
me ne dolgo
pure se altrove fischietto,
canto e rido.

Per quanto si possa dolersene
sforzo le marce al piacere
che si porti tutti
all'inferno.

Tempo di valigie, lo insegnava
Mary Poppins.

Tempo di smontare, montare,
rismontare, rimontare.
Sforzo il pulsare nelle vene
che monta, monta,
smonta pensili e armadi.

Preparare altre cene,
sgonfiare il cuore
che esplode e non deve.

Non c'è che la tua solitudine
in questa piazza troppo abitata.
Incontro l'assenza
il grido un morso allo stomaco
preda d'umori.

Un carico di mele marce nella mia stiva
e l'inverno alle porte.